Tutti soffriamo: il dolore emotivo e fisico
Quando iniziai a praticare mindfulness e poi a studiarne i benefici, gli effetti e gli ambiti di applicazione, quello che forse mi colpì maggiormente fu l’ambito relativo alla gestione del dolore.
Non so bene perché il dolore mi affascini così tanto… forse perché in realtà ognuno di noi attraversa dei momenti di dolore intenso. Non sempre fisico. Spesso emotivo. Ma come gli studi scientifici confermano, a livello percettivo, non c’è una vera e propria differenza tra la sofferenza percepita nel corpo e quella percepita nel cuore. Quando soffriamo, soffriamo e questa è forse una delle certezze che maggiormente accomuna gli esseri umani.
Come gestiamo il dolore: le difese psicologiche
Tutti quanti noi abbiamo delle strategie per cercare di addormentare il dolore. Tra queste troviamo: la dissociazione, la negazione, la proiezione, la repressione, la conversione e la minimizzazione.
La dissociazione: quando ci allontaniamo dal dolore
La dissociazione è una delle strategie più sofisticate che il nostro sistema mente-corpo utilizza per proteggerci dal dolore. Quando ci troviamo a vivere delle esperienze particolarmente intense e dolorose, è come se, una parte di noi dicesse: “Questo è troppo da sostenere… mi allontano.”
E così accade qualcosa di molto sottile: restiamo presenti… ma non completamente.
Quando ci troviamo di fronte a questo meccanismo difensivo, possiamo sentirci distanti da ciò che accade, come se stessimo osservando la scena dall’esterno, oppure possiamo non sentire più nulla, come se le emozioni si fossero spente.
La dissociazione è dunque un errore? Assolutamente no; diciamo che è una risposta intelligente, automatica, che ha una funzione protettiva. Ci aiuta a sopravvivere quando il dolore è troppo grande per essere attraversato in quel momento, ma nel tempo, se diventa l’unico modo che conosciamo per stare nel dolore, può trasformarsi in una distanza da noi stessi, una distanza dal corpo, una distanza dalle emozioni, una distanza dalla vita.
Una distanza che, se non riconosciuta, nel tempo, può portarci a non scegliere cosa è bene per noi, ma a restare in situazioni difficili, problematiche, nocive.
La negazione: quando il dolore non viene riconosciuto
La negazione è una delle forme di difesa più immediate e, per certi versi, più “semplici”. A differenza della dissociazione, quando ci troviamo di fronte a qualcosa che fa troppo male, noi ci rendiamo conto di quanto può essere grande e dolorosa la situazione che abbiamo davanti, ma è come se non fossimo sicuri di noi, del nostro sentire. E quando non ci fidiamo di noi stessi, e non ci troviamo con persone che validano la nostra percezione e ci supportano nel dare seguito a quello che stiamo sentendo, la mente sceglie di non riconoscere quello che si trova a vivere come reale. È come se dicesse: “Questo non sta succedendo.”
La negazione può riguardare eventi, emozioni o aspetti di sé stessi, può proteggerci nell’immediato, permettendoci di non essere travolti da un impatto emotivo troppo intenso, ma nel tempo, ciò che viene negato resta lì. E quando una situazione dolorosa non viene affrontata, gestita, quella non scompare, ma resta sullo sfondo, agisce in modo silenzioso, e spesso continua a influenzare le nostre scelte, le relazioni, il modo in cui stiamo al mondo.
Riconoscere ciò che c’è, anche quando è scomodo, è il primo passo per tornare a scegliere.
La proiezione: quando il dolore viene spostato sugli altri
La proiezione è un meccanismo che sposta all’esterno ciò che facciamo fatica a riconoscere dentro di noi. Quando stiamo vivendo una situazione difficile che non vogliamo accogliere, lo proiettiamo fuori. Chi agisce la proiezione è una persona che tende a vedere negli altri i responsabili delle proprie vicende: non sono loro la causa per la quale hanno perso il lavoro, ma il loro datore di lavoro, non sono loro ad aver sbagliato, ma gli altri.. e, soprattutto, non riconoscono le proprie emozioni.
La proiezione è una di quelle difese secondo la quale facciamo molta fatica a riconoscere i nostri stati emotivi e, piuttosto che metterci in contatto con il nostro sentire, attribuiamo agli altri emozioni, pensieri o intenzioni che, in qualche modo, ci appartengono.
È come se dicessimo: “Non sono io a sentire questo… sei tu” e, sebbene questo meccanismo può ridurre temporaneamente il disagio interno, alla lunga rischia di distorcere la realtà relazionale.
La proiezione è uno di quei meccanismi che ci porta a leggere gli altri attraverso una lente che parla più di noi che di loro e spesso – se non riconosciuta – alimenta incomprensioni, conflitti, distanza.
Riconoscere la proiezione richiede un passaggio delicato e, soprattutto, tornare a chiederci “Che cosa, di quello che vedo fuori, mi appartiene?”
Repressione e conversione: quando il dolore passa attraverso il corpo
La repressione è un processo più profondo e meno consapevole degli altri. A differenza della negazione che abbiamo visto precedentemente, qui il contenuto doloroso non viene rifiutato apertamente, ma “spinto giù”, tenuto lontano dalla coscienza. Emozioni, ricordi, impulsi vengono messi da parte perché percepiti come troppo minacciosi. È come se il nostro sistema dicesse: “Questo non posso permettermi di sentirlo” e non lo ascoltiamo. Ma ciò che decidiamo di non sentire, non è che non viene provato.
Nel breve termine può aiutarci a funzionare, a mantenere un equilibrio apparente, ma ciò che viene represso non resta fermo: può riemergere sotto forma di tensioni corporee, irritabilità, ansia, oppure attraverso reazioni che sembrano sproporzionate rispetto alla situazione.
La repressione protegge… ma allo stesso tempo crea distanza da parti importanti di noi. Ecco perché spesso, accanto alla repressione troviamo un’altra difesa importante: la conversione.
La conversione è il modo in cui il corpo diventa il luogo di espressione di un conflitto emotivo che non trova altre vie. Quando il disagio psichico non viene riconosciuto, questo si “traduce” in sintomi fisici: dolori, tensioni, blocchi, difficoltà funzionali. È come se il nostro sistema dicesse: “Non mi stai ascoltando? Bene, alzo il volume”.
Non è finzione, non è immaginazione… è il corpo che parla, quando le parole non sono disponibili o accessibili.
La conversione ci ricorda quanto mente e corpo siano profondamente interconnessi e quanto, a volte, ascoltare il sintomo non significhi solo eliminarlo, ma comprenderne il messaggio.
La minimizzazione: quando riduciamo il dolore
La minimizzazione è una forma di difesa più sottile, spesso socialmente accettata e quindi ancora più difficile da riconoscere. Di fronte a qualcosa che fa male, il meccanismo è quello di tendere a ridurne l’importanza. È come se dicessimo: “Non è niente.” “C’è chi sta peggio di noi.” “Non dovrei sentirmi così.”
A differenza della negazione, qui il dolore viene riconosciuto… ma subito ridimensionato. Questa strategia, sebbene inizialmente può darci una sensazione di controllo e aiutarci a non entrare pienamente in contatto con ciò che proviamo, nel tempo rischia di invalidare la nostra esperienza interna; farci dubitare della legittimità delle nostre emozioni.
Quando minimizziamo quello che viviamo, invece di prenderci cura di ciò che sentiamo, impariamo a metterlo in secondo piano, a non ascoltarlo davvero. La minimizzazione ci allontana dal dolore… ma anche dalla possibilità di comprenderlo.
Perché ciò che non viene riconosciuto nella sua reale intensità difficilmente può essere trasformato.
Quale alternativa? Come affrontare il dolore in modo diverso
Se tutte queste strategie hanno una funzione protettiva, allora la domanda che dovremmo farci non è “come fare ad eliminare il dolore?”, ma: “esiste un modo diverso di stare nel dolore, senza doverlo spegnere o allontanare?”
Attraversare il dolore non significa esserne travolti e nemmeno restare fermi a subirlo; significa iniziare, poco alla volta, a restare in contatto con ciò che sentiamo, con ciò che accade, con ciò che ci riguarda.
Scegliere di smettere di adottare le stesse strategie di sempre è un passaggio delicato, perché ci espone, ci mette di fronte a ciò che spesso abbiamo evitato per tanto tempo… ma è anche il punto in cui iniziamo a recuperare una possibilità: quella di rispondere, invece che reagire. È il punto in cui smettiamo di utilizzare le solite “tentate soluzioni” (tanto famose nell’approccio strategico breve) che invece di risolvere il problema lo mantengono.
Quando non siamo più completamente dentro una difesa, ma nemmeno completamente travolti dal dolore, si apre uno spazio: uno spazio in cui possiamo vedere più chiaramente, sentire tutto più pienamente e, soprattutto, scegliere.
Attraversare il dolore comporta questo: accettare – prima di tutto – che ci sia, senza identificarci completamente con esso; riconoscerlo, senza negarlo, accoglierlo, senza esserne definiti.
È un equilibrio sottile e dinamico, che non si costruisce in un momento, ma che si coltiva nel tempo.
Equanimità e mindfulness: stare con il dolore senza esserne travolti
Nelle situazioni di difficoltà – al contrario di quello che siamo soliti fare – abbiamo necessità di conservare una visione integra. Quando sopraggiungono delle situazioni difficili e attiviamo come difesa la dissociazione, ad esempio, tendiamo ad allontanare ciò che è spiacevole e con un atteggiamento – falsamente compassionevole – evitiamo di prendere una decisione. Di assumerci la responsabilità di uscire da ciò che ci sta facendo male. Pensiamo a quante relazioni disfunzionali sono tenute in piedi proprio grazie a questo meccanismo.
Una parola preziosa in questo ambito è dunque “equanimità”.
L’equanimità è la capacità di restare in contatto con ciò che accade, dentro e fuori di noi, senza esserne travolti e senza doverlo allontanare. Diciamo che potremmo definirla come uno stato di equilibrio interiore in cui possiamo sentire pienamente, senza reagire automaticamente.
Non significa indifferenza, non significa distacco freddo; significa presenza.
È la possibilità di stare con ciò che c’è — piacevole o spiacevole — senza aggrapparci a ciò che vorremmo trattenere e senza respingere ciò che vorremmo evitare.
Perché la mindfulness ci può aiutare
La mindfulness non “sveglia” il dolore nel senso di farci stare peggio, non ci butta dentro qualcosa che non siamo pronti a sentire.. ma ci accompagna, con gradualità, a tornare in contatto con noi stessi, con le nostre emozioni, con la nostra vita, con la nostra realtà. Integra.
Attraverso la pratica meditativa impariamo che possiamo avvicinarci a ciò che fa male senza esserne travolti, che possiamo stare con una sensazione di sofferenza senza doverla spegnere, che possiamo sentire… e allo stesso tempo restare presenti.
Forse il punto non è più “addormentare il dolore”, ma imparare a stare con ciò che c’è, con più gentilezza, perché a volte, ciò che abbiamo davvero bisogno di fare non è smettere di sentire… ma smettere di rimproverarci per quello che sentiamo e, all’occorrenza, chiedere, se mai, aiuto.
Una nuova possibilità: non addormentare il dolore, ma attraversarlo
A volte non possiamo eliminare il dolore, ma possiamo iniziare a cambiare il modo in cui ci stiamo dentro. Non per diventare perfettamente sereni, non per “gestire tutto”, ma per stare un po’ meno scomodi.
Se senti che questo è un punto che ti riguarda, ho condiviso una pratica sul mio canale YouTube proprio su questo tema: uno spazio per fermarti, ascoltarti e iniziare, con gentilezza, a stare in modo diverso con ciò che c’è: Mettiamoci meno scomodi.
Come gestire il dolore nella vita quotidiana
Il modo in cui impariamo a “stare” nel dolore non riguarda un solo aspetto della nostra esperienza, ma attraversa diversi ambiti della nostra vita: la relazione che abbiamo con il corpo, il nostro mondo lavorativo, le nostre relazioni più significative.
Dolore cronico e fibromialgia
Quando il dolore si manifesta nel corpo, queste strategie diventano ancora più evidenti.
Allontanarlo, minimizzarlo o non ascoltarlo può sembrare una soluzione nel breve termine, ma spesso ci allontana dalla possibilità di comprenderlo davvero.
È proprio qui che la mindfulness trova uno dei suoi ambiti di applicazione più profondi: imparare ad abitare il corpo, anche quando è difficile.
Stress e burnout
Nelle condizioni di stress prolungato e burnout, molte di queste difese si attivano automaticamente. Andiamo avanti “in automatico”, spegniamo i segnali del corpo, minimizziamo la fatica, fino a quando il sistema non ci chiede di fermarci… spesso in modo più intenso. Riconoscere questi meccanismi è il primo passo per uscire dalla modalità sopravvivenza e tornare a scegliere.
Relazioni difficili e dinamiche affettive
Anche nelle relazioni, il modo in cui gestiamo il dolore fa la differenza: possiamo negare ciò che sentiamo, proiettare sugli altri parti di noi, oppure restare in situazioni che ci fanno male pur di non entrare in contatto con alcune emozioni. Diventare più consapevoli di questi meccanismi significa iniziare a costruire relazioni più autentiche… anche a partire da quella con noi stessi.
In fondo, che si manifesti nel corpo, nello stress o nelle relazioni, il dolore ci chiede sempre la stessa cosa:
di essere visto.
di essere ascoltato.
di essere attraversato.
E forse è proprio da qui che può iniziare qualcosa di diverso. Se desideri approfondire questo argomento, puoi contattarmi per un colloquio conoscitivo.
E, se vuoi concederti un tempo più strutturato, a breve inizierà “Attraversare l’estate”: un percorso per imparare, insieme, in gruppo, in uno spazio protetto, a stare con ciò che c’è… con più presenza, più ascolto, più gentilezza. Contattami per ricevere maggiori informazioni.




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