Capire il problema prima di cercare la soluzione
“Non è la risposta che cerchiamo a cambiare la vita, ma la domanda giusta.”
(Anonimo)
Uno dei grandi errori che spesso commettiamo, quando cerchiamo di risolvere i nostri problemi, è non comprendere quale problema ci troviamo realmente ad affrontare. La fretta di trovare una soluzione ci porta spesso a intervenire senza aver definito con chiarezza il bersaglio.
Un termine antico che rende bene questo concetto è amartia, ovvero sbagliare il bersaglio. Quando siamo super intenti a individuare una soluzione efficace e strategica, ma non a definire il problema a monte, rischiamo di costruire soluzioni brillanti ma non adeguate alla situazione.
“Quando la freccia è perfetta ma il bersaglio è sbagliato, il fallimento è inevitabile.”
Il disagio non è sempre il problema
Nel setting clinico, ciò che spesso emerge non è tanto il problema in sé che i pazienti portano, quanto il disagio legato al problema o, addirittura, alle tentate soluzioni messe in atto per risolverlo.
Da un punto di vista epistemologico, accade frequentemente di restare intrappolati nella logica dell’effetto del problema: ci si concentra sull’alleviare il disagio emotivo che una situazione produce, piuttosto che sulla situazione stessa.
Quando una situazione non è un problema
Un altro punto fondamentale riguarda la capacità di distinguere un vero problema da una situazione dolorosa ma non risolvibile. Paul Watzlawick lo spiega chiaramente nel testo Change: non tutte le situazioni che percepiamo come problematiche sono problemi che hanno una soluzione.
Secondo Watzlawick, i problemi esistono perché esistono, da qualche parte, delle soluzioni. Questo porta a una domanda cruciale: se una situazione mi fa soffrire, allora è necessariamente un problema?
La risposta è no. Non tutto ciò che genera sofferenza è un problema. Eventi come la morte, una malattia, la fine di una relazione subita non sono problemi da risolvere, ma dati di realtà da attraversare.
“Non tutto ciò che fa male chiede di essere aggiustato. Alcune cose chiedono di essere attraversate.”
Il lavoro sulla percezione
Esistono contesti e sistemi nei quali non abbiamo alcun potere di cambiamento. In queste situazioni, il lavoro psicologico non riguarda la soluzione del problema, ma la trasformazione della percezione.
Cambiare sguardo diventa l’unica vera possibilità di movimento.
Quando la soluzione non è possibile
Qualche tempo fa arrivò in studio una paziente; era una donna che aveva da poco superato i quarant’anni e, entrando in seduta, mi disse: «Il mio problema è che non riesco ad accettare la separazione. Voglio stare meglio. Voglio smettere di soffrire.»
Nel tempo aveva tentato molte strategie: distrarsi, reagire, ricostruire una vita, pensare positivo. Tutte soluzioni apparentemente valide, razionali, comprensibili… eppure, nessuna di queste aveva prodotto il cambiamento sperato.
Il motivo era semplice, ma difficile da accettare: la separazione non era un problema risolvibile, bensì un evento irreversibile.
Il lavoro terapeutico iniziò davvero quando la domanda cambiò il suo punto di vista: non più «Come faccio a risolvere questa situazione?», ma:
«Come posso stare in questa realtà senza distruggermi?»
Quando il focus si spostò dalla ricerca della soluzione alla costruzione di un nuovo equilibrio, qualcosa iniziò lentamente a muoversi. Non perché il dolore fosse sparito, ma perché aveva smesso di essere combattuto.
Ed è proprio lì che iniziò, finalmente, a stare meglio.
Come distinguere un problema da un dato di realtà
Per orientarsi nel percorso di cambiamento, come la storia della mia paziente evidenzia, può essere utile porsi alcune domande:
- Qual è il problema sul quale voglio intervenire?
- Questo problema ha realmente una soluzione?
- Sto cercando di risolvere una situazione o di evitare un dolore?
Solo quando siamo certi di trovarci davanti a un problema risolvibile, possiamo lavorare – da soli o con un aiuto professionale – verso una soluzione.
Il rischio della rigidità e il ruolo dell’azione
Un errore frequente è quello di irrigidirsi sulla soluzione. Il desiderio intenso di cambiare può trasformarsi in una trappola.
“La rigidità non è forza. È paura travestita da controllo.”
Per attivare un vero cambiamento non basta intuire la strada: è necessaria l’azione. Senza azione, nulla accade.
I sistemi complessi e gli effetti collaterali del cambiamento
Quando una situazione problematica è cronicizzata, spesso esiste un equilibrio costruito intorno al problema stesso; ogni soluzione rompe degli equilibri, ridefinisce dei ruoli, modifica delle relazioni.
Paul Watzlawick chiedeva spesso ai suoi pazienti: “Quale possibile problema potrebbe presentarsi una volta raggiunta la soluzione?”
Ogni cambiamento porta con sé degli effetti collaterali. Anche il successo.
“Non tutto ciò che è stabile è dritto. Alcune cose sono stabili perché hanno imparato a piegarsi.”
Conclusione: l’arte del discernimento
Non tutto ciò che fa soffrire è un problema.
Non tutto ciò che è un problema ha una soluzione.
E non tutto ciò che può essere cambiato deve essere cambiato.
La vera competenza psicologica sta nel saper distinguere ciò che va cambiato, ciò che va trasformato, ciò che va attraversato e ciò che va accettato.
“La maturità non è controllare la vita. È imparare a dialogare con ciò che non controlliamo.”
Call to action
La prossima volta che vivi una difficoltà, fermati e chiediti:
- Questo è davvero un problema risolvibile?
- Sto cercando una soluzione o sto evitando un dolore?
- Posso lavorare sulla mia percezione di questa realtà?
A volte il cambiamento non nasce da una vera soluzione, ma da una nuova domanda.
Se vuoi parlarne, contattami.
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