Un uomo su di un divano in un atteggiamento di forte chiusura manifesta il suo enorme disagio.
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Ansia, controllo ed evitamento

Al mondo sono davvero poco le persone che non conoscono l’ansia – per fortuna.

Alcuni dati statistici

Nel 2019, i disturbi d’ansia – secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità – erano tra i più comuni al mondo, coinvolgendo circa 301 milioni di persone (circa il 4 % della popolazione globale). Uno studio basato sul Global Burden of Disease mostra che i casi prevalenti di disturbi d’ansia sono aumentati globalmente da 120,2 milioni nel 1990 a 224,8 milioni nel 2021 e un’altra analisi riportata sul Global Mental Health Statistics 2025, conferma che l’ansia colpisce circa 284 milioni di persone nel mondo nel 2025.

Sono numeri impressionanti, se ci pensiamo… e, soprattutto, se non inquadriamo questa emozione come una risorsa, ma come un problema, potremmo pensare di avere un problema enorme e globale.

L’ansia, sebbene per moltissimi sia qualcosa di difficile  da gestire, è in realtà qualcosa di preziosissimo. E’ grazie a lei che ci attiviamo nei confronti delle novità che stanno avvenendo o che potrebbero avvenire!

Ma che cos’è l’ansia?

Se volessimo dare una definizione all’ansia, l’ansia è uno stato emotivo caratterizzato da tensione, apprensione e attivazione fisiologica di fronte a qualcosa (la novità) che viene percepita come minacciosa.

A differenza della paura, che è una reazione immediata a un pericolo concreto e presente, l’ansia si attiva spesso di fronte a situazioni ipotetiche o future. Mentre la paura è un’emozione primaria, l’ansia è secondaria: subentra nelle nostre vite, quando iniziamo ad avere la percezione del tempo.

Da dove si origina l’ansia?

Come tutte le emozioni e le nostre attivazioni, anche l’ansia può avere due radici: i nostri genitori e le esperienze vissute.

Dei genitori spaventati – o che non sono stati in grado di aiutare il proprio figlio nel regolare l’ansia, hanno messo un piccolo seme nei loro figli – inconsapevolmente – per sviluppare un atteggiamento ansioso.

Ma è sempre un problema?

Ogni volta che dobbiamo iniziare qualcosa di nuovo, la novità e l’incertezza ci attivano: quando l’ansia resta entro un certo range, accediamo a molte più risorse di quelle che solitamente utilizziamo nel quotidiano… oltre un certo range, iniziano i disagi.

Quando il volume è troppo alto o quando sono troppe le situazioni che ci generano ansia, lo stato emozionale non ci permette più di accedere al nostro zaino degli attrezzi con efficienza, ma inizia a limitarci. E’ come se avessimo un eccesso di stimolazioni e andassimo in confusione; piuttosto che agire con lucidità rispetto a ciò che abbiamo di fronte, l’ansia ci assorbe energie e risorse a tal punto da condizionarci non solo nel risultato, ma anche e nel procedere vero e proprio!

Ma cosa può costruire un sottofondo di ansia?

1.La paura dell’incertezza: è il timore di non sapere cosa abbiamo di fronte e cosa ci aspetta. L’ansia cresce quando la mente cerca garanzie impossibili: sul lavoro, nelle relazioni, nella salute. È quel “bisogno di sapere” che ci spinge a fare mille scenari, senza sentirci mai pronti davvero.

2.La paura dell’imperfezione: può nascere sia dall’errore che commettiamo noi, sia dall’errore di altri su cui contiamo. Pensiamo a un chirurgo che sbaglia un intervento o a una decisione nostra che porta a un risultato diverso da quello previsto. È la sensazione che “se non è tutto perfetto, allora qualcosa andrà storto”.

3.La paura della profondità: è il timore di andare a fondo nelle situazioni, nelle emozioni o nelle relazioni. A volte preferiamo restare in superficie per evitare di scoprire verità scomode su di noi o sugli altri. Ma questa evitazione può diventare terreno fertile per l’ansia, che si alimenta di ciò che resta nascosto.

4.La paura del cambiamento: anche quando desiderato, il cambiamento porta con sé incertezza, perdita di punti di riferimento e necessità di adattamento. Che si tratti di un nuovo lavoro, una nuova città o una nuova fase di vita, l’ansia può crescere perché ci mette davanti a territori ancora inesplorati.

Strategie di gestione dell’ansia

Noi tentiamo di combattere l’ansia solitamente mediante 2 strategie:

  • Il controllo
  • L’evitamento

Se da un lato il controllo, è particolarmente funzionale alla nostra efficienza, quando le strategie di controllo sono eccessive, quello che accade – paradossalmente – è un aumento della nostra ansia. Non tutto può essere controllato!!

Voler controllare tutto è come cercare di coprire il mare con migliaia di barchette di carta.
(Fabrizio Caramagna)

…e l’evitamento? Ogni volta che riteniamo che determinate esperienze sono per noi “non affrontabili”, anche in questo caso il paradosso è che “più situazioni ansiogene evitiamo”, più l’ansia aumenta il suo volume.

L’ansia assurda

Allargando ulteriormente il focus, l’ansia è un’emozione interessante da approfondire, anche per un altro aspetto: quando ci sono aspetti della nostra vita che preferiamo non riconoscere, l’insorgere di uno stato ansioso, può essere un segnale preziosissimo che ci indica che c’è qualcosa – di non accolto – sul quale lavorare.

Ti è mai capitato “improvvisamente” di iniziare ad avere l’ansia di qualcosa? Molte persone raccontano di aver iniziato – senza una reale ragione – ad avere l’ansia di guidare sui ponti, di ingoiare alcuni cibi, di viaggiare…

L’ansia assurda è dunque un’emozione che ci allerta che qualcosa dentro di noi richiama attenzioni ed è una delle emozioni più efficaci, se ci pensi: interferisce a tal punto nel nostro vivere quotidiano, che ci porta a chiedere aiuto.

Come si affronta?

Quando siamo davanti ad un’ansia immotivata, il lavoro che andrebbe fatto, non è portare le nostre energie sul trasformare e gestire “la paura di volare”, ma mettere a fuoco, quale incertezza non riusciamo a tollerare nella nostra vita.

Avere improvvisamente paura di volare, è dunque il più delle volte un campanellino prezioso da assecondare per vedere cosa c’è sotto. Qual è l’ambito, l’aspetto della nostra vita che percepiamo come incerto e dunque, fonte di ansia?

La mia improvvisa paura di volare

Ero ancora una studentessa universitaria quando iniziai, improvvisamente, senza alcuna ragione apparente, ad aver paura di volare (ecco perché la conosco bene come ansia 😊).

Ogni vacanza, opportunità di lavoro e poi a seguire impegno di lavoro che richiedesse uno spostamento in aereo era fonte di grandissima agitazione: non dormivo nelle settimane precedenti, facevo bruttissimi incubi, manifestavo problemi digestivi… e nonostante la prescrizione di alcune gocce di ansiolitico, durante il viaggio vero e proprio, soffrivo di attacchi di panico, vomito e diarrea. Una tragedia.

Iniziai ad informarmi sulle diverse strade possibili. Chiesi informazioni perfino all’Alitalia per frequentare il loro corso su misura dei passeggeri che avevano paura come me – inaccessibile per i suoi costi.

Niente sembrava darmi sollievo… e in più, con gli anni, diventata un export manager, considerando che non potevo evitare di viaggiare, avevo sviluppato un atteggiamento di controllo davvero pazzesco: studiavo i sistemi di sicurezza, le statistiche, le espressioni del personale di bordo… fin quando non iniziai a fare questo preziosissimo lavoro: parlare con la mia ansia.

Dopo anni in cui avevo cercato di reprimere quell’emozione, iniziai con gentilezza ad ascoltarla e, contestualmente a prendermi cura di quella parte di me che si sentiva ansiosa e agitata… a poco a poco scoprii delle cose davvero interessanti su di me e su quello che stavo attraversando.

Quando cominciai a volare da sola, sebbene fossi già all’università, ero ancora molto giovane e, nonostante il mio grande desiderio di indipendenza e autonomia, una parte di me riconosceva i possibili pericoli e le difficoltà che avrei potuto incontrare stando in un paese che non era il mio, senza figure di riferimento che potessero aiutarmi.

Fu un passaggio molto delicato da accogliere e rielaborare. La mia ansia non era una nemica, ma un’alleata in quel momento: desiderava proteggermi, aiutarmi a non prendere le situazioni con eccessiva leggerezza, a valutare i rischi. Solo quando ho imparato a dialogare con la mia parte ansiosa, volare ha smesso di essere un problema.

Da problema esterno a risorsa interna

L’ansia dunque non è qualcosa di solamente “esterno”, ma il più delle volte è qualcosa di “interno” che noi cerchiamo di gestire imparando tecniche che ci aiutino a “calmarci”. Ma che cosa ci aiuta davvero a trovare la calma? Sebbene possa sembrarci piuttosto insolito, in un’ottica di breve-medio-lungo termine, quello che ci aiuta davvero, non sono le tecniche di emergenza (meditazione dei 3 minuti, training autogeno, autoipnosi…), ma il lavoro che possiamo fare su di noi, giorno dopo giorno, per coltivare il nostro senso di sicurezza.

“Per chiudere una falla devi inserirvi ciò che la produsse – Se con qualcosa d’altro vuoi richiuderla ti si spalancherà sempre più grande – Non puoi colmare un abisso con l’aria.”

– Emily Dickinson

Imparare dei sistemi per calmarci è sempre utile, ma ciò che ci aiuta veramente è: individuare la base della nostra sicurezza e la base della nostra insicurezza.

C’è una storiella molto carina che riguarda l’ansia, le nostre strategie – disfunzionali – per gestirla e il senso di sicurezza.

Il riccio e le foglie

C’era una volta un piccolo riccio che viveva ai margini di un bosco. Una sera, sentì in lontananza un rumore sconosciuto. Subito pensò: “È un lupo! Mi mangerà!”.

Per sentirsi più sicuro, il riccio decise di raccogliere foglie e rami secchi per costruire un muro intorno alla sua tana. Ci mise tutta la notte. Il mattino dopo, però, udì ancora un fruscio.
Pensò: “Il lupo è tornato! Il muro non basta, devo farlo più alto!”.

Passarono giorni e il riccio, preso dalla paura, continuò a costruire muri sempre più alti e spessi. Ormai non usciva più dalla tana: non vedeva il sole, non trovava cibo fresco, e cominciava a sentirsi sempre più debole.

Un giorno, una civetta si avvicinò e gli chiese:
— “Ma perché ti nascondi così?”
Il riccio raccontò la sua storia.
La civetta sorrise e disse:
— “Quello che senti non è un lupo, ma il vento tra le canne. I tuoi muri ti hanno tenuto al sicuro dal vento… ma anche dalla vita.”

Il riccio capì allora che, nel tentativo di proteggersi dalla paura, aveva costruito una prigione.

Noi come il riccio

Anche noi facciamo un po’ come il riccio talvolta… per paura di ciò che non conosciamo, convinti che potrebbe essere un pericolo, ci barrichiamo in dinamiche, comportamenti che non ci aiutano a stare bene, ma piuttosto a isolarci sempre di più. Perdendo di vista noi stessi e ciò che ci rende felici e ci nutre.

Quando c’è una forte ansia, reale o assurda che sia, fondamentale è chiedersi: qual è la mia fonte di sicurezza? Qual è la mia fonte di insicurezza o incertezza?

Non sempre le risposte arrivano immediate. Talvolta ci vuole del tempo… in alcuni casi è necessario l’aiuto di qualcuno. Di uno psicologo? Può darsi, anche se non è detto. Ciò che ci aiuta e ci trasforma, non è il titolo di chi abbiamo di fronte, ma la qualità della relazione in cui siamo e la capacità della persona a saper stare nella profondità di quello che le portiamo. Senza andare in ansia anche lei nel volerci aiutare.

Sembrerà un’ironia, eppure, è proprio per questo che talvolta è tanto difficile ridimensionare l’ansia! Tanto più si ha paura di stare, esplorare, conoscere, scendere lì dove solitamente non andiamo… tanto più ci si calma – apparentemente – senza risolvere il problema.

Ma tornando alla sicurezza…

Sicurezza non è solo l’assenza di pericoli: è la percezione profonda di poter affrontare ciò che accade, anche se non possiamo controllarlo del tutto, è sapere che, qualunque cosa succeda, ci sono risorse – interne o esterne – che possiamo attivare.

Questa “base” può assumere forme diverse per ciascuno di noi:

  • Interna: fiducia nelle proprie capacità, senso di competenza, memoria di aver superato difficoltà in passato, un sistema di valori solido.
  • Esterna: relazioni affidabili, punti di riferimento stabili, luoghi che percepiamo come rifugio, routine rassicuranti.

Gli elementi fragili

Scoprire la nostra base significa esplorare quali sono i pilastri che ci fanno sentire protetti, e allo stesso tempo riconoscere cosa invece mina questa sensazione. A volte scopriamo che la nostra sicurezza è “appoggiata” su elementi fragili: l’approvazione di una persona, un contesto lavorativo, un’abitudine che potrebbe cambiare.

Sapere dove si trova la nostra sicurezza è un atto di consapevolezza potente. Ci permette di rafforzarla e, se necessario, di ricostruirla su fondamenta più solide. Senza questa ricerca, rischiamo di affidarci a soluzioni temporanee – come il riccio con le foglie – che ci proteggono per un momento, ma ci impoveriscono a lungo termine.

Quando coltiviamo la base della sicurezza, non eliminiamo l’ansia: le diamo un contesto in cui può esistere senza travolgerci, diventando un segnale utile anziché un nemico.

Quando iniziamo a esplorare la nostra base di sicurezza, ci accorgiamo che non è solo questione di tecniche per “stare calmi”, ma di conoscenza profonda di noi stessi: dei nostri bisogni, delle nostre vulnerabilità e delle nostre risorse.

La mia proposta

Proprio su questi concetti si fonda il percorso “Il cerchio del Sé” in partenza a settembre. In un ambiente protetto, on line, di gruppo, desidero accompagnare le persone in un viaggio di scoperta e integrazione delle proprie parti interne, così da trasformare l’ansia – e non solo lei – da ostacolo a bussola interiore.

Se l’ansia ti sta parlando, forse è il momento di ascoltarla davvero.

📅 Scopri di più e unisciti al percorso qui attraverso questo link: https://forms.gle/L3zcK7i51eh5U3mQA

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